Il mercante anacoreta
C’è un uomo di poche parole arroccato tra le pietre rosa dell’antica città di Petra, con la pelle cotta dal sole e un pugno ben saldo. Stringe un mazzetto di dollari verdi. Li conta ripetutamente. È sudato. Un velo bianco lo protegge dal sole battente ma brillanti perle di sudore si sciolgono e rigano il volto, affaticato. È incastonato in un anfratto scuro. Placido ricorda i solinghi rilievi lungo la gola sinuosa del Siq o piuttosto un idolo circondato di offerte.
Inerpicandosi lungo il crinale che dalla valle di Petra risale verso gli altipiani circostanti il chiasso si stempera nell’arenaria calda. Le sue sfumature prendono vita inaspettata. Guizzano sulla parete rocciosa come anguille migranti che risalgono la corrente di un fiume. Si addentrano morbide, discendendo alle viscere della Terra. Quissú vige un silenzio irreale, l’aria é ferma sotto il sole torrido di Ottobre: è quasi mezzogiorno. Il percorso é battuto da numerosi turisti e da qualche impavido asinello che trotterella tra i sassi. Le bancarelle dei mercanti sono sassi anch’essi. Ammassate lungo il sentiero, variopinte e rilucenti dell’umanità che le conduce. L’uomo di poche parole si trova alla fine. L’ultima pietruzza sgranata dal filo di quella collana che è la strada. Domina un paesaggio lunare, brullo. Il suo bazar racconta una fiaba. Nulla di minuzioso, raffinato: anticaglie. Monete, lucerne, ossa, vasi, statuette, cucchiai. Cianfrusaglie. Un cranio di bue penzola sul resto della merce, scongiurando i cattivi affari. In realtà ogni oggetto qui pare possedere una proprietà magica.
Il ricordo viaggia veloce alla notte nel Wadi Rum. Ho visto più di cento stelle cadere sul deserto, eppure il cielo ne rimaneva pieno: un tappeto in continuo movimento. Di sotto in sù brillava la via lattea, larga cintura di mamma Terra. Se le virgole di questo racconto fossero stelle e le parole dessero origine a costellazioni non basterebbe moltiplicarle per cento.
Il silenzio del deserto scuro era rotto dal ritmico russare delle tende e da acuti ululati. Le fiamme del falò rivelavano languide immagini di un’Arabia lontana. Intravedo Lawrence galoppare nel buio, gli zoccoli dei cavalli suonano la terra come un tamburo. Il fuoco continua a scoppiettare: gli spari della guerriglia?No, è solo Kahlil che picchietta con le dita una spessa brocca di terracotta. La nostra guida ha esagerato con il vino e ora accenna una melodia. Forse lo spartito tramandato dalla voce di popoli girovaghi. Gli antenati di Kahlil bevevano latte di cammello, trafficavano ogni merce - non importa quanto lecita - e si facevano beffe del potere che imbrigliava le città. Nomadi che onoravano e maledivano quella sabbia rossa. Il narghilè umido ribolle accanto a me. Cerchi bianchi di fumo, speziati, si dissolvono presto nell’aria nera, portando con sé le mie fantasie. La storia di quest’uomo è solo un romantico ricamo della mia immaginazione.
“Patacche, patacchine, pataccone!” - la voce squillante del mercante mi riporta definitivamente al mio presente. Sono passati duecento anni da quando un esploratore svizzero - Johann Ludwig Burckhardt - s’imbatté nelle impressionanti rovine celate nella stretta valle del wadi musa. Allora abitate da nomadi e beduini, appagavano il desiderio di esotico orientalismo che quei pionieri dell’avventura andavano cercando al fiorire del secolo romantico. Quell’Oriente distante vissuto come concetto mentale, più che geografico, sopravvive e seduce ancor oggi. Eppure, l’anacoreta parla un italiano quasi vernacolare. Molto è cambiato. Plastica, telefoni cellulari e macchine con interni leopardati popolano la quotidianità di queste terre meravigliose, i pensieri, le parole, i tweet. Cinguetta la primavera araba?