Sharingiscaring.

touba:

Images from the series Irandokht by Najaf Shokri, 2006-2009 (via). 

According to Shokri, “One day outside the Statistic and Registration Administration in Tehran, I discovered piles of discarded identity cards by the dustbins. They were all of women born in the early 1940s, who were photographed in their youth. The astonishing diversity of hair-dos – only a minority wore a scarf or chador – reflected the variety of choices that women had in the late 1950s and 60s. The ID cards also represented the many different classes and personalities of women of the time, from shy and demure to upfront, confident and glamorous. 

When I found these pictures, sometime in 2005, I wondered whether these women had died, never renewed their identity or emigrated. It seemed to me that the government was most probably erasing evidence of our recent and distant past, for these photographs oppose the current dominant culture. I was shocked that these records of our community could be discarded so easily, without remorse. Photography is more about discovering than creating. Being a finder is the dominant, innate state. In Irandokht I have tried to stitch together another aspect of our history, one that is not about throwing away, ignorance and corruption. To me, discarding history reflects the intolerance and negligence of institutions in power. The Irandokht series invites the audience to face a certain period without any judgment. These women lived in Iran, and I feel I am in some way reviving and preserving their memory.” (quote source)

(via suburbofthesoul)

Happy November!

Happy November!

Le cannucce offrono infinite soluzioni estetiche. 
(Francesca Pasquali)

Le cannucce offrono infinite soluzioni estetiche.
(Francesca Pasquali)

Il mercante anacoretaC’è un uomo di poche parole arroccato tra le pietre rosa dell’antica città di Petra, con la pelle cotta dal sole e un pugno ben saldo. Stringe un mazzetto di dollari verdi. Li conta ripetutamente. È sudato. Un velo bianco lo protegge dal sole battente ma brillanti perle di sudore si sciolgono e rigano il volto, affaticato. È incastonato in un anfratto scuro. Placido ricorda i solinghi rilievi lungo la gola sinuosa del Siq o piuttosto un idolo circondato di offerte.
Inerpicandosi lungo il crinale che dalla valle di Petra risale verso gli altipiani circostanti il chiasso si stempera nell’arenaria calda. Le sue sfumature prendono vita inaspettata. Guizzano sulla parete rocciosa come anguille migranti che risalgono la corrente di un fiume. Si addentrano morbide, discendendo alle viscere della Terra. Quissú vige un silenzio irreale, l’aria é ferma sotto il sole torrido di Ottobre: è quasi mezzogiorno. Il percorso é battuto da numerosi turisti e da qualche impavido asinello che trotterella tra i sassi. Le bancarelle dei mercanti sono sassi anch’essi. Ammassate lungo il sentiero, variopinte e rilucenti dell’umanità che le conduce. L’uomo di poche parole si trova alla fine. L’ultima pietruzza sgranata dal filo di quella collana che è la strada. Domina un paesaggio lunare, brullo. Il suo bazar racconta una fiaba. Nulla di minuzioso, raffinato: anticaglie. Monete, lucerne, ossa, vasi, statuette, cucchiai. Cianfrusaglie. Un cranio di bue penzola sul resto della merce, scongiurando i cattivi affari. In realtà ogni oggetto qui pare possedere una proprietà magica.  Il ricordo viaggia veloce alla notte nel Wadi Rum. Ho visto più di cento stelle cadere sul deserto, eppure il cielo ne rimaneva pieno: un tappeto in continuo movimento. Di sotto in sù brillava la via lattea, larga cintura di mamma Terra. Se le virgole di questo racconto fossero stelle e le parole dessero origine a costellazioni non basterebbe moltiplicarle per cento.  Il silenzio del deserto scuro era rotto dal ritmico russare delle tende e da acuti ululati. Le fiamme del falò rivelavano languide immagini di un’Arabia lontana. Intravedo Lawrence galoppare nel buio, gli zoccoli dei cavalli suonano la terra come un tamburo. Il fuoco continua a scoppiettare: gli spari della guerriglia?No, è solo Kahlil che picchietta con le dita una spessa brocca di terracotta. La nostra guida ha esagerato con il vino e ora accenna una melodia. Forse lo spartito tramandato dalla voce di popoli girovaghi. Gli antenati di Kahlil bevevano latte di cammello, trafficavano ogni merce - non importa quanto lecita - e si facevano beffe del potere che imbrigliava le città. Nomadi che onoravano e maledivano quella sabbia rossa. Il narghilè umido ribolle accanto a me. Cerchi bianchi di fumo, speziati, si dissolvono presto nell’aria nera, portando con sé le mie fantasie. La storia di quest’uomo è solo un romantico ricamo della mia immaginazione.  “Patacche, patacchine, pataccone!” - la voce squillante del mercante mi riporta definitivamente al mio presente. Sono passati duecento anni da quando un esploratore svizzero - Johann Ludwig Burckhardt - s’imbatté nelle impressionanti rovine celate nella stretta valle del wadi musa. Allora abitate da nomadi e beduini, appagavano il desiderio di esotico orientalismo che quei pionieri dell’avventura andavano cercando al fiorire del secolo romantico. Quell’Oriente distante vissuto come concetto mentale, più che geografico, sopravvive e seduce ancor oggi. Eppure, l’anacoreta parla un italiano quasi vernacolare. Molto è cambiato. Plastica, telefoni cellulari e macchine con interni leopardati popolano la quotidianità di queste terre meravigliose, i pensieri, le parole, i tweet. Cinguetta la primavera araba?

Il mercante anacoreta

C’è un uomo di poche parole arroccato tra le pietre rosa dell’antica città di Petra, con la pelle cotta dal sole e un pugno ben saldo. Stringe un mazzetto di dollari verdi. Li conta ripetutamente. È sudato. Un velo bianco lo protegge dal sole battente ma brillanti perle di sudore si sciolgono e rigano il volto, affaticato. È incastonato in un anfratto scuro. Placido ricorda
i solinghi rilievi lungo la gola sinuosa del Siq o piuttosto un idolo circondato di offerte.

Inerpicandosi lungo il crinale che dalla valle di Petra risale verso gli altipiani circostanti il chiasso si stempera nell’arenaria calda. Le sue sfumature prendono vita inaspettata. Guizzano sulla parete rocciosa come anguille migranti che risalgono la corrente di un fiume. Si addentrano morbide, discendendo alle viscere della Terra. Quissú vige un silenzio irreale, l’aria é ferma sotto il sole torrido di Ottobre: è quasi mezzogiorno. Il percorso é battuto da numerosi turisti e da qualche impavido asinello che trotterella tra i sassi. Le bancarelle dei mercanti sono sassi anch’essi. Ammassate lungo il sentiero, variopinte e rilucenti dell’umanità che le conduce. L’uomo di poche parole si trova alla fine. L’ultima pietruzza sgranata dal filo di quella collana che è la strada. Domina un paesaggio lunare, brullo. Il suo bazar racconta una fiaba. Nulla di minuzioso, raffinato: anticaglie. Monete, lucerne, ossa, vasi, statuette, cucchiai. Cianfrusaglie. Un cranio di bue penzola sul resto della merce, scongiurando i cattivi affari. In realtà ogni oggetto qui pare possedere una proprietà magica.

Il ricordo viaggia veloce alla notte nel Wadi Rum. Ho visto più di cento stelle cadere sul deserto, eppure il cielo ne rimaneva pieno: un tappeto in continuo movimento. Di sotto in sù brillava la via lattea, larga cintura di mamma Terra. Se le virgole di questo racconto fossero stelle e le parole dessero origine a costellazioni non basterebbe moltiplicarle per cento.
Il silenzio del deserto scuro era rotto dal ritmico russare delle tende e da acuti ululati. Le fiamme del falò rivelavano languide immagini di un’Arabia lontana. Intravedo Lawrence galoppare nel buio, gli zoccoli dei cavalli suonano la terra come un tamburo. Il fuoco continua a scoppiettare: gli spari della guerriglia?No, è solo Kahlil che picchietta con le dita una spessa brocca di terracotta. La nostra guida ha esagerato con il vino e ora accenna una melodia. Forse lo spartito tramandato dalla voce di popoli girovaghi. Gli antenati di Kahlil bevevano latte di cammello, trafficavano ogni merce - non importa quanto lecita - e si facevano beffe del potere che imbrigliava le città. Nomadi che onoravano e maledivano quella sabbia rossa. Il narghilè umido ribolle accanto a me. Cerchi bianchi di fumo, speziati, si dissolvono presto nell’aria nera, portando con sé le mie fantasie. La storia di quest’uomo è solo un romantico ricamo della mia immaginazione.

“Patacche, patacchine, pataccone!” - la voce squillante del mercante mi riporta definitivamente al mio presente. Sono passati duecento anni da quando un esploratore svizzero - Johann Ludwig Burckhardt - s’imbatté nelle impressionanti rovine celate nella stretta valle del wadi musa. Allora abitate da nomadi e beduini, appagavano il desiderio di esotico orientalismo che quei pionieri dell’avventura andavano cercando al fiorire del secolo romantico. Quell’Oriente distante vissuto come concetto mentale, più che geografico, sopravvive e seduce ancor oggi. Eppure, l’anacoreta parla un italiano quasi vernacolare. Molto è cambiato. Plastica, telefoni cellulari e macchine con interni leopardati popolano la quotidianità di queste terre meravigliose, i pensieri, le parole, i tweet. Cinguetta la primavera araba?
“Dal ponte sul fiume Kutuk, si intravede la pallida facciata della casa di Atin. Due file di melati la riparano dal forte vento di Java. Bapak Santoso parcheggia il suo vecchio motorino cinese davanti all’ingresso. Smonto e vengo invitata a seguirlo: la cerimonia sta per cominciare.  Due caschi di banane mature ondeggiano al sole profondendo nell’aria un odore dolciastro. Pendono da un architrave di folta vegetazione. “Questo è un Tarub - mi spiega Bapak Santoso nel suo allegro inglese improvvisato- le banane crescono dovunque: ricordano agli sposi che possono vivere felici in ogni luogo. Vedi le canne da zucchero? Si piegano al vento senza spezzarsi, così gli sposi nelle future avversità”. In cima al Tarub un delicato intreccio di foglie di cocco impedisce agli spiriti malvagi di disturbare il magico incontro. Per un breve istante temo che fermerà anche me. Poi la mano rugosa di Bapak Santoso scosta la stuoia e proseguiamo.  Il cortile è un variopinto svolazzare di batik. Gli invitati, in eleganti abiti tradizionali, hanno un’aria di radiosa solennità. Atin è avvolta in un fine vestito di tulle scuro. Gemme e perle colorate sono rugiada che indugia e impreziosisce i morbidi risvolti del Kebaya. La gonna è un broccato rinascimentale che riluce nell’oro dei sofisticati ricami. Il suo sposo, Pramana, le fa eco in armonia.  Siamo arrivati giusto in tempo per il Balangan Suruh: lo sposo e la sposa si fronteggiano a breve distanza. Il curioso rituale prevede che i due si colpiscano l’un l’altra con foglie di betel appallottolate intorno a del lime. Gli invitati assistono divertiti all’apparente bisticcio. In realtà si tratta di un modo per sincerarsi che chi si ha di fronte non sia uno spirito impostore che ha assunto le sembianze del futuro coniuge. Vengo distratta da una bruma di fumo denso e lattiginoso: odora di chiodi di garofano. Un vecchio dallo sguardo assente aspira lentamente una kretek.  I bimbi inscenano il loro Balangan Suruh, lanciandosi frutti di salak sgraffignati dal banchetto nuziale. Uno di loro, ridacchiando, mi prende per mano e mi accompagna dentro casa.  L’imam sta già cantando una sura del Corano. Nella sala gremita, gli ospiti, seduti a terra, aprono le mani in segno di preghiera. Penso che questa liturgia, apparentemente remota, non differisca troppo da un “Padre Nostro”. In quest’isola dai molti dei, la litania “Allahu àkbar” echeggia nel vuoto tra gli uomini, chiamando con il suo nome il dio venerato in questa piccola casa. La cerimonia prosegue in una sequenza che proviene da secoli mai dimenticati. Alcune sue parti sembrano appartenere ad una condivisa universalità. Atin e Pramana si scambiano gli anelli. Alle loro spalle gli intarsi geometrici nell’ebano del krobongan sono ammorbiditi da rigogliose e delicate corone di fiori. Gli sposi, con movimenti lenti e misurati, si cibano delle pietanze portate loro su un vassoio. Le pemaes, fedeli ancelle della sposa, curano la perfezione di ogni dettaglio. Appaiono visibilmente commosse, sotto lo spesso strato di trucco cinereo. Gli sposi si imboccano vicendevolmente, evocando in un gesto il loro futuro quotidiano. Nel frattempo i loro genitori si raccolgono in un angolo. Accoglieranno il loro riverente saluto in seguito, quando Atin e Pramana si prostreranno per chiedere la loro benedizione.  “Sta a guardare adesso!” - Bapak Santoso si alza con uno scatto improvviso. Io lo imito e mi avvicino alla soglia del krobongan. Un piccolo uovo giace ai piedi dei due sposi. La sua superficie eburnea e levigata si staglia contro le piastrelle scure del pavimento. Pramana rompe il piccolo uovo con il piede destro. Un subbuglio concitato fa da sottofondo tra gli astanti. “È segno che è pronto a diventare un padre responsabile”- mi spiega Bapak Santoso. Atin si avvicina e cinge il piede tra le esili mani. Lo lava in una bacinella di acqua e petali bianchi. È il segno della sua devozione. Una folata del vento marino di Java penetra nella stanza. Il vecchio che ho lasciato in cortile è ancora là e sta tirando fuori un’altra kretek. I bambini sgranano gli occhi neri e vivaci. Parlottano tra loro sotto gli occhi indulgenti degli adulti. Battono i piedi scalzi sul pavimento, cercando uova immaginarie.”

“Dal ponte sul fiume Kutuk, si intravede la pallida facciata della casa di Atin. Due file di melati la riparano dal forte vento di Java. Bapak Santoso parcheggia il suo vecchio motorino cinese davanti all’ingresso. Smonto e vengo invitata a seguirlo: la cerimonia sta per cominciare.
Due caschi di banane mature ondeggiano al sole profondendo nell’aria un odore dolciastro. Pendono da un architrave di folta vegetazione.
“Questo è un Tarub - mi spiega Bapak Santoso nel suo allegro inglese improvvisato- le banane crescono dovunque: ricordano agli sposi che possono vivere felici in ogni luogo. Vedi le canne da zucchero? Si piegano al vento senza spezzarsi, così gli sposi nelle future avversità”. In cima al Tarub un delicato intreccio di foglie di cocco impedisce agli spiriti malvagi di disturbare il magico incontro. Per un breve istante temo che fermerà anche me. Poi la mano rugosa di Bapak Santoso scosta la stuoia e proseguiamo.
Il cortile è un variopinto svolazzare di batik. Gli invitati, in eleganti abiti tradizionali, hanno un’aria di radiosa solennità. Atin è avvolta in un fine vestito di tulle scuro. Gemme e perle colorate sono rugiada che indugia e impreziosisce i morbidi risvolti del Kebaya. La gonna è un broccato rinascimentale che riluce nell’oro dei sofisticati ricami. Il suo sposo, Pramana, le fa eco in armonia.
Siamo arrivati giusto in tempo per il Balangan Suruh: lo sposo e la sposa si fronteggiano a breve distanza. Il curioso rituale prevede che i due si colpiscano l’un l’altra con foglie di betel appallottolate intorno a del lime. Gli invitati assistono divertiti all’apparente bisticcio. In realtà si tratta di un modo per sincerarsi che chi si ha di fronte non sia uno spirito impostore che ha assunto le sembianze del futuro coniuge.
Vengo distratta da una bruma di fumo denso e lattiginoso: odora di chiodi di garofano. Un vecchio dallo sguardo assente aspira lentamente una kretek.
I bimbi inscenano il loro Balangan Suruh, lanciandosi frutti di salak sgraffignati dal banchetto nuziale. Uno di loro, ridacchiando, mi prende per mano e mi accompagna dentro casa.
L’imam sta già cantando una sura del Corano. Nella sala gremita, gli ospiti, seduti a terra, aprono le mani in segno di preghiera. Penso che questa liturgia, apparentemente remota, non differisca troppo da un “Padre Nostro”. In quest’isola dai molti dei, la litania “Allahu àkbar” echeggia nel vuoto tra gli uomini, chiamando con il suo nome il dio venerato in questa piccola casa.
La cerimonia prosegue in una sequenza che proviene da secoli mai dimenticati. Alcune sue parti sembrano appartenere ad una condivisa universalità. Atin e Pramana si scambiano gli anelli. Alle loro spalle gli intarsi geometrici nell’ebano del krobongan sono ammorbiditi da rigogliose e delicate corone di fiori. Gli sposi, con movimenti lenti e misurati, si cibano delle pietanze portate loro su un vassoio. Le pemaes, fedeli ancelle della sposa, curano la perfezione di ogni dettaglio. Appaiono visibilmente commosse, sotto lo spesso strato di trucco cinereo. Gli sposi si imboccano vicendevolmente, evocando in un gesto il loro futuro quotidiano. Nel frattempo i loro genitori si raccolgono in un angolo. Accoglieranno il loro riverente saluto in seguito, quando Atin e Pramana si prostreranno per chiedere la loro benedizione.
“Sta a guardare adesso!” - Bapak Santoso si alza con uno scatto improvviso. Io lo imito e mi avvicino alla soglia del krobongan. Un piccolo uovo giace ai piedi dei due sposi. La sua superficie eburnea e levigata si staglia contro le piastrelle scure del pavimento. Pramana rompe il piccolo uovo con il piede destro. Un subbuglio concitato fa da sottofondo tra gli astanti. “È segno che è pronto a diventare un padre responsabile”- mi spiega Bapak Santoso. Atin si avvicina e cinge il piede tra le esili mani. Lo lava in una bacinella di acqua e petali bianchi. È il segno della sua devozione.
Una folata del vento marino di Java penetra nella stanza. Il vecchio che ho lasciato in cortile è ancora là e sta tirando fuori un’altra kretek. I bambini sgranano gli occhi neri e vivaci. Parlottano tra loro sotto gli occhi indulgenti degli adulti. Battono i piedi scalzi sul pavimento, cercando uova immaginarie.”